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POLITICAME: COMUNITA’ IN POLITICA (PARTE PRIMA)

Pubblicato il 3 - maggio - 2010

POLITICAME: COMUNITA’ IN POLITICA (PARTE PRIMA)

 

di Fernando M. Adonia- L’interrogativo su cosa siano destra e sinistra prima o poi torna sempre. O dalla porta principale (accademia, stampa, libri) oppure dalla finestra, come fosse un scoglio, l’interrogativo ineludibile di discussioni che non “c’azzeccano” nulla.

 

Così è accaduto nei postumi dello scontro tra Berlusconi e Fini, con i richiami all’identità destrorsa sostenuti sopratutto dagli ambienti vicini al presidente della Camera. Vedi i contributi di Flavia Perina sul Secolo d’Italia e le continue precisazioni di Filippo Rossi dal web-magazine della fondazione Fare Futuro. Al momento però Lascia perplessi il dato che la disputa tra i due leader non è affatto di marcatura ideologica, ma al più programmatica, con qualche venatura semmai di personale e sentimentale, come tutti hanno potuto constatere.

 

Però il grande interrogativo era sullo sfondo. Sempre in agguato. Un po’ per dar sfogo alle truppe d’ intellettuali assoldate, un po’ per dar nuovi spunti utili ai peones in funzione detrattiva e insultante. Ma la politica è anche questo, sopratutto quella non corsivata e con la minuscola. Quella alta -non si stupiscano i dotti- sfrutta la suddetta polarizzazione per semplificare il quadro. La Politica sorvola sui distinguo per fare i “distinguo”, quelli che pesano davvero: “io comando, tu no”.

 

Tuttavia il dibattito non è così caprino. Soprattutto se i contendenti stanno tutti dalla stessa parte. Definirsi è porre dei confini, costruire ortodossie, assoldare inquisitori. Non per chiarezza, per carità. L’ortodossia è uno dei modi più celebrali e ordinati per comminare scomuniche, per neutralizzare l’altro. Non ha altre funzioni. Chi dice ortodossia pensa già a purghe e a epurazioni. Ortodossia è violenza.

 

Nulla a che vedere con l’aletheia, la verità. Non si parla qui di contenuti luminosi e sacri. Magari provenienti da altri mondi. La costruzione delle summe è umana. E in politica, luogo del caduco e dell’immediato, la verità ha diritto di cittadinanza solo in rari momenti, da astrarre tutti dall’azione normale della politica stessa. Magari durante un’intronizzazione, o nella liturgia struggente di un funerale di stato. La politica non porta in sé alcuna verità. Semmai la applica, si adegua a essa o -come sovente avviene- la distorce.

 

Su questo avrebbero da interrogarsi gli intellettuali, sulla tenuta ideale di una compagine. Sulle grandi intuizioni e le loro realizzazioni. Nel dibattito attuale sulla destra, quello che per dirla tutta gravita da oltre un anno attorno alla funzione di pensatoi con Fare Futuro, è dalle colonne de Il Foglio che si sono toccati i punti di maggior intensità. Ci riferiamo al dibattito a tre punte tra Pietrangelo Buttafuoco, Tomaso Staiti di Cuddia e Marco Tarchi, il teorico della Nuova Destra Italiana. Un dibattito appassionato e vissuto che merita di essere letto nella sua interezza. Un fremere di parole che ha il sapore della malinconia del ciò che era e del ciò che non è ancora.

 

Uno degli affondi più sconcertanti è di Marco Tarchi, padrino illustre dei Campi Hobbit, evento attorno al quale si addensò la destra giovanile e musicale di fine anni ‘70. Quella destra cioè che dalle ceneri degli opposti estremismi, voleva “colorare di Libertà” e fantasia un ambiente politico sotto assedio. La parola d’ordine di quegli anni fu “comunità”. Tema che da lì in avanti avrebbe contagiato a più livelli la destra politica, sia quella di area missina, soprattutto tra i suoi più giovani, sia quella che guardava con sospetto alle logiche del partito e della politica attiva.

 

Ed è sulla parola comunità che s’infrange la “carica” politico-ideale della destra: la progettualità. Tarchi è durissimo, e non lascia spazio a equivoci: «Il richiamo al comunitarismo non è andato oltre lo slogan: esibito ad uso interno, quasi solo negli ambienti giovanili, sotto l’ambigua forma dell’ incitamento a formare una “comunità militante”, il concetto di comunità non è mai stato applicato all’analisi delle dinamiche sociali contemporanee, non si è mai tradotto in formule progettuali, non è mai stato applicato a situazioni concrete (anzi: laddove lo si sarebbe potuto inserire nel dibattito pubblico, come quando si è discusso delle modalità di organizzazione delle collettività multietniche, ci si è premurati di affossarlo, a profitto di proposte basate sulla prospettiva di assimilare i diversi e annegarli nel crogiolo del modello occidentale)».

 

Stando alle parole di Marco Tarchi, docente di Scienze politiche a Firenze, qualcosa è rimasto incompiuto. L’intuizione comunitaria è divenuta in-espressione politica: un idea monca e in alcuni casi, una censura antropologica. A questo punto tocca rivedere e interpretare la Parola comunità, il suo sviluppo e i suoi eventuali approdi sul piano politico e sociologico. (Continua).

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